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Piero Gazzara

 

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Friedrich, Viandante sul mare di nebbia, 1818

 

 

Quel poco che riusciamo a strappare

alle nostre occupazioni abituali,

non sopportiamo di trascorrerlo nell'ozio: preferiamo invece dedicarlo all'esercizio della lettura, affinché si rafforzi la disposizione dell'animo nell'acquisire il sapere, senza il quale la vita dei mortali non è condotta in modo degno di uomini liberi.

                                                Federico II di Svevia

 

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After the Shipwreck, incisione di Gustave Doré, 1875

 

Ogni generazione riscrive la storia variandola,

ma ripetizione non è.

Ha senso discutere per tanto poco?
Si, perché l'approssimazione

distrugge ogni Scienza..."

                                            Andrea Carandini

 

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L'immortalità dell'opera compiuta dagl'individui, che, morti, pur vivono nel ricordo nostro e vivranno in quello degli avvenire. E un atto di vita, che serve alla vita, è quel trascrivere storie vuote e raccogliere documenti morti. Verrà il momento che essi ci agevoleranno a riprodurre, arricchita, nel nostro spirito la storia passata, rifacendola presente.

                                              Benedetto Croce

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Jacques Le Goff

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In evidenza

Per l'uscita della terza edizione del mio romanzo

storico, Erymata, la follia della libertà.

 

Come un dipinto o una costruzione, la lettura delle pagine del romanzo diventano un’opera collettiva, dove ognuno può dar libero sfogo alla propria visione di pensare la realtà interpretando a suo modo oltre le intenzioni dell’autore.

E sul palcoscenico del libro di Piero Gazzara, si agitano fremiti di pura libertà frammisti a varie nevrosi, latenti o represse, che odiano il proprio tempo ma dal quale non possono evadere perché consapevoli di appartenere a quel tempo dal quale, sembra impossibile uscirne o scappare.

E quindi, rassegnazione e reazione si scontrano su uno sfondo di battaglie, duelli, inganni e complotti, tra atteggiamenti apollinei e dionisiaci; tra scene tratte dalle bios di santi asceti immersi nei propri deserti mentali e fisici; ed ancora, tra bigottismo di riti temporali contrapposto al godimento sfrenato delle emozioni o delle scelte fatte, anche se reputate, da altri, insane.

 

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Dall'Archivio Storico Romettese cortometraggio fotografico

 

su Rometta in provincia di Messina: brevi cenni storici.

 

Prima puntata

 

 

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Leggere questo libro per me è stato scoprire per l’ennesima volta che sull’olocausto ancora non sapevo abbastanza. Credo che la stessa sensazione appartenga a molti, nonostante da più parti si mantenga viva l’informazione sui fatti dello sterminio degli Ebrei. Ma non è abbastanza e “Le ceneri di Babij Jar” di Antonella Salomoni, incentrato sulla persecuzione e lo stermino sistematico di circa cinquantamila Ebrei residenti a Kiev (Ucraina), ne è la testimonianza. Dopo aver letto le prime pagine, le altre diventavano traguardi da raggiungere subito. Una lettura pesante ma coinvolgente con i tanti episodi-testimonianza di coloro che erano presenti in quel settembre del 1941 in Ucraina.
Gli eventi tragici sono narrati attraverso le fonti, documenti e testimonianze dirette, corredate da un apparato di note a piè di pagine notevole che contribuiscono a comprendere gli eccidi nazisti commessi in quel luogo contro la popolazione civile ed inerme contro cui si cercò di imbastire una propaganda criminosa basata su falsità e luoghi comuni per tentare di giustificare un massacro di massa. Come non rimanere colpiti dalle pagine in cui le persone normali, semplici cittadini, “invitati” a concentrarsi in un luogo specifico di Kiev, vicino ad un cimitero, si prepararono il pane e il necessario per quello che credevano un viaggio coatto, in fondo come poteva essere altrimenti, come potevano pensare o immaginare che altre persone potessero commettere azioni di un’efferatezza disumana, organizzate e pianificate come “semplice” attività di ordinaria amministrazione politica e militare.
Il luogo dell’eccidio, Babij Jar, cancellato materialmente subito dopo la fine del nazismo rivive nei ricordi dei sopravvissuti ai crimini nazisti che alimentano l’iniziativa recandosi nel punto dello sterminio di massa, privo di qualsiasi segno materiale che indicasse il crimine commesso dal regime nazista. Per questo, il solo scorrere le pagine, dove vengono descritte la nascita e le prime recitazioni del componimento poetico (1961) di E. A. Evtušenko, dedicate a Babij Jar, è stata un’emozione. Altrettanto forte la descrizione della reazione del pubblico all’ascolto dei versi. E poi le note della Sinfonia n. 13 di D. Šostakóvič che metterà in musica (1962) i versi di Evtušenko: poesia e musica unite diventeranno il monumento che non c'era alle vittime di Babij Jar e contro tutte le follie umane. Ma il libro di Antonella è un ulteriore conferma, se ce ne sia bisogno, di come una seria ricerca storiografica può ridare memoria all’oblio: per non dimenticare.

 

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Rometta e la battaglia di Lombardello dell'agosto 1674 ai tempi

della rivolta di Messina contro la corona spagnola.

 

Moschettieri spagnoli (rievocazione storica)

 

 

      Per molto tempo quella che viene ricordata come la rivolta antispagnola di Messina degli anni 1674-78, fu definita a torto una normale ribellione di una parte della nobiltà locale che aveva inalberato il vessillo della ribellione per difendere i molteplici privilegi di cui godeva la città dello stretto, niente più che una gretta e arida lotta di campanile legata ad un passato, per la maggior parte inventato e per il quale il ceto dirigente messinese pretendeva favoritismi e particolarità a discapito delle altre città del Regno. Su questo giudizio pesò molto il parere dei primi studiosi che si interessarono degli eventi.

 

      Solo di recente, la storiografia ha iniziato ad approfondire gli avvenimenti e, soprattutto i contesti dentro i quali si svolsero e si innescarono i fatti di quegli anni terribili portando alla luce una ben più complessa ed articolata realtà. La relazione presentata al III Convegno Sicilia Millenaria di Messina e Rometta nel novembre 2019 dallo scrivente e pubblicata nel volume degli Atti, descrive una Messina nel momento dello scoppio, in preda alle violenze delle due fazioni, quella dei Merli filospagnoli e quella dei Marvizzi, partigiani del senato. I primi si trovarono schierati a difesa degli interessi della Corona di Spagna che a sua volta premeva per un ridimensionamento delle esenzioni fiscali godute da Messina e di alcune esclusive prerogative del Senato, mentre i secondi miravano ad una difficile politica di espansione economica delle attività commerciali grazie alle eccezionali opportunità offerti dallo scalo portuale. Le numerose leggi speciali e le esenzioni (privilegi) avevano permesso ad una intraprendente aristocrazia di costruire, intorno al porto della falce, una fitta rete di attrattori commerciali e fiscali che rendevano appetibili l’approdare per il sicuro e buon profitto che qui si poteva fare.

 

       La reazione del partito dei Senatori fu terribile. I messinesi, amici del governatore e del vicerè spagnolo, furono dichiarati traditori della patria cittadina e condannati a morte. Linciaggi, decapitazioni ed impiccagioni riempirono le cronache dei primi giorni costringendo la guarnigione spagnola a presidio dei forti cittadini (Gonzaga, SS. Salvatore, Matagrifoni e Castel Reale) e del palazzo reale a sloggiare avendo colpevolmente sottovalutato i segnali premonitori della decisa reazione messinese. Sottovalutazione che le armi spagnoli pagarono a caro prezzo sulle alture dei peloritani, quando, pochi giorni dopo lo scoppio della rivolta, un centinaio di civili messinesi armati, guidati da Tommaso Crisafi, cavaliere della Stella, tenne testa ad un intero battaglione di fanteria spagnola, composto da napoletani, milanesi, siciliani e borgognoni battuti in quella che è passata alla storia come la battaglia di Lombardello (o Imbardello). ....continua a leggere

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In tempo di covid-19, la peste di Messina del 1743 e la sua diffusione nell'entroterra tirrenico: Rometta, Spadafora,Valdina e Monforte.

 

 

La cronaca del contagio che a partire dalla prima metà del 1743, infestò Messina, Rometta, Monforte e altri centri urbani vicini. Contro la propagazione del terribile male si adottò l’isolamento delle aree focolaio. Solo nel 1894 si scoprirono le cause della peste dovute ad un bacillo polimorfo.

 

 

       La Commissione (Deputazione) di sanità pubblica di Palermo, su richiesta degli amministratori (Giurati) di Taormina e Milazzo “affinché il contagio che cominciava ad affliggere Messina” non si espandesse oltre e per tutelare la “salute pubblica” decise che “fusse tagliata a quella città ogni comunicazione col rimanente dell’Isola sì per mare, come per terra”. Anzi poiché Taormina e Milazzo avevano interrotto qualsiasi pratica d’affari con i Messinesi, era necessario che da queste città “si tirasse una linea, ossia cordone, formato da truppe regolate e di milizie paesane, onde restasse chiuso, e separato tutto” il territorio di Messina.

         Si decise di nominare tre Commissari straordinari con ampi poteri di cui uno con sede a Milazzo, l’altro a Taormina e il terzo in uno dei paesi più vicini alla zona di contenimento (zona rossa) che fu estesa a “più di cento miglia, e contenente oltre Messina, e la piccola città di Rametta, coi loro Borghi, e ...continua a leggere

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Il sistema delle fortificazioni di Rometta e i fatti d’armi: dai bizantini all’età moderna.

 

 Fig.1- Erymata (Remata) oggi Rometta (ME): veduta sud-ovest.


        
  Rometta (in Prov. di Messina), questa sconosciuta. Ancora oggi è possibile individuare i segni compositi di un passato ricco di eventi in cui leggere le risposte al perché il Regno di Sicilia, ma più di tutti Messina, cercavano di fare affidamento sulla fedeltà e controllo di un centro abitato che sorgeva in cima ad una difficile collina, dall’aspetto di montagna, in un territorio montuoso, tagliato da profonde vallate alluvionali, esposto a venti impetuosi, raggiungibile da strade mulattiere «che apparivano accessibili solo agli armenti» per dirla con le parole di un viaggiatore irlandese di inizio 800 . Eppure in cima a questo rifugio tra le montagne, (Fig. 1) situato sul versante tirrenico dei Monti Peloritani, la gente vi è vissuta da tempi remoti. E ci vive ancora.

Siede [Rometta] a cavaliere sopra un monte presso i sottostanti comuni che ne dipendono, come da antica lor madre, ed offre comodo accesso per due porte, presso le quali esistono i ruderi dei grandi e solidi castelli che la rendevano un tempo inespugnabile. Cinta di merlate mura, presenta tuttora l’imponenza di una delle più antiche città dell’isola, che contrastò sempre al dominio straniero. Non molti anni addietro è stata cinta di nuove mura, ristorata e fatta più bella, essendoché l’orribile terremoto del 1783 l’aveva quasi interamente distrutta.

          La descrizione appena fatta risale al 1869 e pennella, a chiare tinte, la funzione che ebbe la piccola terra, poi dal 1647 città demaniale, di Rometta, erede della bizantina Erymata e della medievale Rametta. Oggi, è centro ..
.continua

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La Sicilia e la storia.

 


           
Il Convegno di studi storici, “Sicilia Millenaria” promosso dal DICAM (Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne) dell’Università di Messina con la Società Nissena di Storia Patria, Ricerche nel Valdemone, la collaborazione di vari enti ed associazioni culturali e il patrocinio del Comune di Rometta, giunto alla sua terza edizione, si terrà a Messina e Rometta, tra venerdì 8 novembre e domenica 10.

            L’incontro tra storici e territorio si prefigura come uno sguardo sul passato della Sicilia per conoscere alcuni aspetti particolari e cercare di colmare lacune di un’isola che, nella realtà, si è sempre mossa come un “continente” pieno di contraddizioni e dinamiche complesse, che l’hanno animata fin dai primordi della Preistoria. Un universo diacronico che ha permeato e interagito con il contesto mediterraneo e ha fatto della Sicilia un paradigma, una fonte di ricerca per la varietà e la ricchezza di esperienze umane susseguitesi, nel tempo, in piani sovrapposti, le cui tracce spetta a noi illuminare.

            Tre giorni in cui si parla e si discute di Storia, assoluta protagonista in un presente che a volte tenta di utilizzarla per gli scopi più diversi solo per accampare gretti vantaggi anacronistici oppure tende a sfrattarla, come ad esempio, dalla formazione scolastica anche se, notizia di questi giorni, sembra riprendere il suo posto nella traccia dell’esame di Stato.

             La giusta conoscenza della storia è sempre vitale per una società in cammino e nonostante tutto, è proprio in questi periodi, che possono sembrare bui, che il lavoro degli storici si muove con tavole rotonde, dibattiti, convegni, rassegne, festival e altro per ribadire, se ce ne fosse bisogno, l’importanza dello studio della Storia. Non a caso in questo mese di novembre, la Sicilia ospita diverse iniziative oltre alla nostra, quali “La Sicilia nell’Alto Medioevo” che si terrà dal 14 al 16 presso l’ateneo di Catania, segno di una scienza, la storiografia, che non ha mai smesso di essere uno dei cardini formativi della coscienza dei tempi.

            Il Convegno “Sicilia millenaria” con la pubblicazione degli Atti, già stampati e pronti per la divulgazione, è anche occasione per un intenso scambio di riflessioni sullo stato di avanzamento degli studi storici ancorché costituire idealmente un’assemblea, dove esplicitare e condividere il proprio e l’altrui lavoro di ricerca. Neanche da sottovalutare la funzione salutare per la stessa ricerca storica, rappresentata dalla possibilità di proporre nuove prospettive di ricerca e di incrementare la documentazione in generale, utili per un continuo aggiornamento dei dati fin qui acquisiti.
 

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Angoli della mia terra.

 

                                                                                                    (Tela opera di mia figlia, Daniela)


                                 Io sono qui, dentro queste case pulite,

                                 dove il mio passato ha lasciato i ricordi mai spenti,

                                 ma vivi di luce propria.

 

                                 Muri e pietre increspati dal tempo,

                                 finestre mai chiuse,

                                 e balconi fioriti,

                                 accarezzano sogni d’altri tempi,

                                 nostalgie e amori di uomini e donne

                                 testardi e coraggiosi,

                                 fieri di aver costruito il proprio focolare in cima alle nuvole.


                                 E sono qui, piccole ma calde, curate e linde,

                                 tutte con i segni di un duro trascorso,

                                 pronte a donarsi come rifugio al nostro fuggir.

 

                                 Qui, dolori e sofferenze, gioie e feste,

                                 s’aggirano per i vicoli chiassosi di ricordi

                                 che osano opporsi all’oblio inesorabile dei tempi.

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Conferma al demanio Regio di Rometta del 1323
 

 

Rometta (ME), l'antica Erimata

 

        Il dispositivo delle concessioni erogate alla terra di Rametta e ai suoi abitanti è incentrato su due aspetti fondamentali per la vita della piccola ma importante roccaforte che occupava una posizione strategica di primo piano per il controllo su tutta la punta estrema nord-orientale della Sicilia. Nel Diploma si affermava l’appartenenza al demanio del «[...] castrum vel fortilicium terre Ramecte et terram ipsam positam in districtu civitatis Messane […]» e si estendevano a Rometta le Consuetudini che vigevano nel capoluogo del distretto, integrate da alcune specifiche norme che valevano solo per i residenti. Di certo le tante battaglie ed i lunghi assedi, qui accaduti nel passato, rendono bene l’idea del ruolo militare esercitato da Rometta in tutta l’area della cuspide nord-orientale della Sicilia.
       Sin dalla sua fondazione Rometta fu un nodo nevralgico di primo ordine nello scacchiere settentrionale ed occidentale della città del Peloro la quale, con l’avvento dei Normanni, si affidò sempre di più a questa alpestre e potente roccaforte per la vigilanza contro possibili minacce provenienti dall’entroterra tirrenico.
      Dopotutto, anche il nome stesso che le fonti greco-bizantine ci tramandano per il nome di Rometta, (Erìmata nome greco che significa baluardo, difesa) basterebbe per rispondere al perché i fondatori scelsero questo particolare sito per costruire il primo nucleo: il luogo assicurava i requisiti essenziali alla difesa e alla sopravvivenza, quali l’abbondanza d’acqua, la disponibilità di materiali da costruzione, la sommità della collina con pareti scoscese e precipiti, e la possibilità di sfruttare aree per la coltivazione nel territorio circostante...

[tratto da: Piero Gazzara, Consuetudini e privilegi della terra demaniale di Rometta nel Diploma del 1323 di Federico III, in Archivio Nisseno, n. 21, Caltanissetta 2017, pag. 237] - in versione integrale sul sito web - https://www.academia.edu/37477926/pergamena_privilegi_rometta.pdf


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La Piana di Milazzo: territorio e ambiente dall’antichità ai primordi dell’era moderna con illustrazioni fuori testo (estratto dagli Atti del Convegno “Sicilia Millenaria, dalla microstoria alla dimensione mediterranea”, Montalbano Elicona, 9-10-11 ottobre 2015).

Milazzo. Come si presentava la spiaggia di ponente all'indomani dell'alluvione

dell'ottobre 2015: tronchi e lordure varie sparsi lungo tutto il tratto di riva compresa

tra la foce del Mela e la spiaggia del Tono.

 

        

 

       Un primo approfondimento conoscitivo sui caratteri originali di un vasto territorio, la Piana di Milazzo (Sicilia), area da sempre soggetta ad una forte antropizzazione che lungo lo scorrere dei secoli ha interagito con le risorse ambientali le cui conseguenze si avvertono ancora oggi, come le continue alluvioni e i dissesti idrogeologici. Un excursus storico basato sulle fonti e sugli studi per definire le peculiarità non solo geomorfologiche dell’area settentrionale tirrenica del messinese.

       L'’ampia fascia di territorio che va da Villafranca Tirrena sino al promontorio di Tindari può essere definita uno spazio omogeneo dai caratteri geografici, fisici ed antropici tali da formare una macro-area accomunata da un’intensa e continua presenza umana, manifestatasi a partire dalle epoche più remote, con variabili più o meno caratterizzanti per singoli siti, per approdare alle soglie dell’età contemporanea...... Leggi la relazione

 

 

 

 

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